La prima, forte impressione che si desume dalla lettura del
piano industriale 2012-15, recentemente presentato dal CdA del Monte dei
Paschi, è la sua palese sproporzione rispetto alla eccezionalità della crisi
che la banca sta attraversando. Non solo e non tanto perché la versione
pubblicamente distribuita contenga più una lista di desideri che l’indicazione
chiara di una strategia di azione volta a raggiungimento di tali ambiziosi
obiettivi, quanto perché manca nel piano un'idea forte, un progetto innovativo
che segni quel radicale cambiamento della vita interna dell’impresa e nelle sue
scelte strategiche di mercato e sia in grado di ridare all’impresa Monte un
vantaggio competitivo nei confronti dei suoi principali concorrenti.
Appare peraltro preoccupante il clima di incertezza e di
ambiguità che pervade tutto il piano, come se l’attuale dirigenza ancora non
abbia precisa contezza della situazione economico-contabile della banca.
Ancora più preoccupante appare la decisione di proporre un
ulteriore aumento di capitale, pari ad un milione di euro che ai prezzi attuali
equivale a poco più del 40% del capitale in azioni della banca. Quest’aumento
di capitale potrebbe portare la quota di capitale controllata dalla Fondazione
ben sotto il 15-20%. Del tutto senza logica è la decisione di escludere il
diritto d’opzione dei soci eliminando ab origine la possibilità che la Fondazione e gli altri
azionisti possano realizzare un profitto collocando il diritto d’opzione sul
mercato.
Poche sono le idee presentate per realizzare il necessario
contenimento dei costi e per ridare dinamicità ai ricavi seppur in un momento
difficile come l’attuale: chiusura di 400 filiali e esternalizzazione del
Back-office, riduzione dei dirigenti, trasformazione della banca da produttrice
e distributrice di prodotti bancari propri a distributore di prodotti altrui,
incremento della vendita di prodotti assicurativi monomarca di AXA.
Il carattere minimalistico e privo di reali ambizioni di
rilancio è testimoniato non tanto dalla chiusura delle filiali - decisione
semmai tardiva che ulteriormente rende manifesti gli errori grossolani del
passato management – quanto dalla decisione di trasformarsi in una mera struttura
distributiva di servizi altrui, sia di natura assicurativa che bancaria.
Immaginare di recuperare redditività attraverso il retailing di prodotti, in
regime peraltro di esclusiva, è del tutto privo di logica economica visto che
confina l’impresa in quella parte della
catena di creazione di valore con minimo mark-up e scarsi margini di
profitto.
Anche il progetto di esternalizzazione del back-office
risente della stessa impostazione squisitamente difensiva. Il settore del
back-office è come noto molto diversificato: va da operazioni ad elevata
componente di lavoro poco qualificato - che può avere un senso esternalizzare
in una logica di riduzione dei costi anche se i prezzi umani e sociali di tale
esternalizzazione non possono essere sottaciuti - ad operazioni ad alto contenuto tecnologico e
di capitale umano – la cui esternalizzazione può costituire una perdita del
know-how privato dell’impresa con effetti scarsamente prevedibili sui costi,
visto gli elevati prezzi di mercato di queste attività e la inevitabile perdita
d’efficienza che l’esternalizzazione comporta.
Il piano non sembrerebbe, quindi, derivare da un chiaro
progetto di rilancio della banca e della sua autonomia gestionale ed
industriale. A meno che...
A meno che dietro non ci sia un disegno non detto e non
scritto. Una riduzione dei costi, anche al prezzo di una perdita di assets
strategici, una trasformazione da produttore a venditore di prodotti bancari e
assicurativi di altre imprese, sembrerebbe funzionale all’incorporazione della
banca da parte di un altro istituto, molto probabilmente estero. In questo
quadro il prospettato aumento di capitale acquista tutt’altro significato da
quello squisitamente precauzionale, avanzato con ambiguità nel piano. Così come
appare strumentale a questo disegno l’esclusione del diritto di opzione. Questo
servirebbe esclusivamente a diminuire i costi di acquisizione per l’eventuale
acquirente con cui l’attuale dirigenza potrebbe aver già intavolato le
trattative.
Appare quindi evidente come il piano in questione non sia in
grado di garantire un vero rilancio dell’attività della banca, cosa peraltro
confermata dalla tiepida accoglienza ricevuta in borsa, mentre vi sono ancora
troppe ombre ed incognite sia sul futuro della banca che della fondazione.
Chiediamo alla fondazione, tramite la quale la comunità
senese esercita attualmente il suo possesso della banca, di tornare a svolgere
un ruolo attivo, propositivo e di controllo, sull’attività degli
amministratori, specialmente di quelli da essa stessa nominati e sulle scelte
del CdA.
In particolare chiediamo che la Fondazione:
a si opponga alla richiesta di delega da parte
del CdA ad aumentare il capitale. Non è possibile fornire tale delega nella
totale incertezza sui modi, i tempi, la dimensione dell’aumento di capitale. La
durata della delega, maggiore della stessa durata del CdA, appare peraltro
inusuale ed eccessiva.
) si opponga all’esclusione del diritto
di opzione. Se è vero, come è vero, che la fondazione non avrebbe le risorse
per esercitarlo, esso ha un valore economico non marginale. Non si capisce
perché la fondazione e quindi la comunità senese debba privarsi del guadagno
che potrebbe ottenere vendendo tale diritto. Il detenere tale diritto inoltre
permetterebbe alla fondazione di esercitare un ruolo attivo, come qualsiasi
azionista di riferimento dovrebbe fare, nella fase di collocazione del nuovo
capitale.
c si prenda l’impegno di garantire in
questa fase di transizione il massimo della trasparenza nelle scelte della
fondazione stessa e del CdA sia sulla gestione della banca sia sulle scelte che
riguardano il futuro assetto della sua proprietà.
d si impegni a studiare eventuali forme
alternative di coinvolgimento della comunità locale nel capitale della banca
basate, ad esempio, su un fondo azionario garantito in qualche forma dallo
Stato (ad esempio, attraverso la
Cassa DDPP) finalizzato alla sottoscrizione di almeno una
parte dell’aumento di capitale.
Riteniamo che tali posizioni possano
trovare ampia condivisione anche dagli azionisti privati della Banca,
Chiediamo inoltre alle forze
politiche e sociali ed alle istituzioni cittadine di avviare un confronto
serrato e di merito sulle scelte che stanno maturando, superando
quell'atteggiamento di subalternità e sudditanza che ha comportato la rinuncia
al ruolo di governo che la città invece deve continuare ad esercitare sulla sua
Banca.
Circolo Città Domani
Sinistra
per Siena