sabato 10 dicembre 2011

CRISI : POLITICA O ECONOMICA?

di GIANNI BARI

La teoria economica classica, alla quale s’ispirarono anche Marx, prima, e Keynes, poi, afferma che il sistema può espandersi economicamente, generando sempre maggiore ricchezza, solamente a condizione che il CAPITALISTA (immaginato qui come un’unica entità globale), tolto il proprio consumo, reinvesta tutto quello che gli rimane, nel processo produttivo.

Anche la sistematicità degli investimenti, gioca un ruolo importante, perché siccome provoca incremento di domanda di beni e di servizi, contribuisce a creare nuova occasione di lavoro per altri attori del sistema, a condizione che sia sempre costante e tempestiva.

La mancanza di certezza circa la profittabilità dell’investimento, quando si verifica o anche solo viene percepita dal CAPITALISTA, provoca quello sfasamento temporale nella tempestività dell’investimento sufficiente a determinare una contrazione della produttività e degli investimenti, da parte di tutti gli altri soggetti economici operanti nel sistema dato.

Quest’ultima circostanza, normalmente, può innescare la fase di crisi.

In tutto questo discorso, ho omesso di considerare per semplicità, il fatto che i lavoratori se chiamati a lavorare consumano di più, generando a loro volta nuova domanda di beni e quindi certezza negli investimenti di chi li produce, se non lavorano contribuiscono, viceversa, ad ingigantire gli elementi d’incertezza dell’intero meccanismo.

Altra questione importante sta nel fatto che in realtà, il CAPITALISTA normalmente non investe mai quanto non consuma, per intero, bensì la minore quantità possibile di profitto risparmiato utile a coprire il valore dei beni di produzione indispensabile all’ottenimento di nuovo profitto, rigenerando con ciò un nuovo ciclo economico.

Venendo alla nostra situazione attuale, personalmente credo di poter affermare che stiamo vivendo le conseguenze sociali, e quindi politiche, di una crisi economica che, di là delle peculiarità nazionali, sia stata innescata, a livello globale, proprio dall’eccessiva riduzione della quantità di profitto non reinvestita sistematicamente nel processo produttivo.

Se si accetta questo punto d’analisi, non possiamo eludere la conseguente domanda: PERCHE’?

Io sono convinto che lo sviluppo dell’economia capitalista abbia raggiunto già negli anni 70’, a livello planetario il suo punto di non ritorno tecnologico, dopodiché ogni innovazione di processo o di prodotto che si è verificata successivamente, non è stata frutto di veri e propri “SALTI TECNOLOGICI” (come fu ad esempio l’invenzione della macchina a vapore, ovvero la scoperta dell’elettricità ecc.ecc.), ma semplicemente l’evoluzione di principi e metodi già conosciuti.

L’affacciarsi prepotente dei “PAESI” emergenti, sulla scena economica mondiale, ha tolto ai VECCHI CAPITALISTI, anche la possibilità di farsi concorrenza sul piano delle quantità prodotte e della qualità delle medesime (migliorata nel tempo proprio grazie all’evoluzione di conoscenze già ampiamente sfruttate industrialmente).

Ecco quindi l’affacciarsi di una motivazione più che ragionevole per il VECCHIO CAPITALISMO, di ridurre la quantità di profitto reinvestita industrialmente, destinando la parte rimanente ( in vero sempre maggiore), ad obiettivi meramente finanziari ritenuti, a torto o a ragione, comunque meno rischiosi d’ogni possibile investimento industriale, data l’incertezza determinata, come detto sopra, dal minimo vantaggio tecnologico ripetibile sui prodotti, e la concomitante impossibilità di concorrere alla pari, con i già citati paesi emergenti, rispetto alle capacità quantitative di produzione. 

Per garantirsi sempre costanti margini da reinvestire finanziariamente, vista la costante perdita di competitività dei prodotti realizzati, in occidente, si è cominciato ad abbattere pesantemente queste tensioni sul costo del lavoro, contraendone i diritti e riducendo i salari reali in modo quasi brutale, come ad esempio avvenuto negli Stati Uniti, prima, ed in Europa, poi.

La contrazione dei consumi, conseguente a tale meccanismo, è stata arginata, sempre a partire dagli Usa, con la diffusione dell’indebitamento delle persone per consumi e non per investimenti in beni durevoli, anzi, si è arrivati a consentire che il consumatore, pur di non ridurre il proprio tenore di vita, potesse continuare a consumare impegnano in garanzia i beni durevoli eventualmente già posseduti.

La grande diffusione, per tramite delle banche d’affari, di titoli cosiddetti “derivati” agganciati direttamente ed indirettamente a tali dinamiche, caratterizzati spesso da alti rendimenti, ha spinto sempre di più il VECCHIO CAPITALISTA, incapace d’innovare e sempre più incerto sul “che fare” a rifugiarsi massivamente in tali investimenti, smettendo di svolgere quindi palesemente il proprio FINE ECONOMICO TIPICO.

Ma la cosa è ancor più grave.

In realtà tutto questo non è , secondo me, frutto di una scelta determinata da una causa economica, bensì, di una volontà precisa.

L’intero mondo produttivo è pesantemente legato alla creazione energetica mediante fonti naturali non rinnovabili. Il prossimo SALTO TECNOLOGICO (che sarebbe già stato possibile ai tempi di Nicolas Tesla), potrebbe essere determinato da quel CAPITALISTA CORAGGIOSO, che un giorno decidesse di ignorare la propria “vigliaccheria economica” e, riappropriandosi del proprio ruolo, decidesse di rischiare investendo in mezzi e meccanismi destinati ad accantonare definitivamente le modalità di produzione energetiche attuali, per sposare quelle esclusivamente rinnovabili.

Questo è già successo.

 Basti pensare all’epopea di Thomas Edison che, se diventò industrialmente quello che tutti sappiamo ( anche se a spese del già citato Tesla), lo fece perché decise di rischiare nell’investire non in semplici innovazioni ma in un vero e proprio SALTO TECNOLOGICO industriale.

Ebbene, secondo me, siamo nel mezzo di una crisi senza precedenti perché, semplicemente, finche si potranno “far quattrini”senza produrre nulla, ma semplicemente facendo “girare” i denari, IL VECCHIO CAPITALISTA non deciderà di rischiare un bel niente, continuando a cercare costanza di profitto nella sua vetusta produzione, puntando solo alla riduzione dei costi della produzione (compreso quello del lavoro), a qualunque costo o condizione.

Le conseguenze sociali? Non saranno mai un suo problema finchè la politica sarà espressione delle sue esigenze.

Solamente quando “ il mondo “ degli uomini comuni, messo alle strette da questa specie di girone infernale, per disoccupazione, povertà diffusa e tutele sociali inesistenti, si ribellerà politicamente, prendendo veramente in mano il proprio destino, potranno verificarsi i necessari (allora purtroppo davvero repentini) cambiamenti sociali ed economici.

Siamo all’alba di un processo che porterà ad altri fenomeni come quelli narrati da JHON REED, nel suo “SETTE GIORNI CHE SCONVOLSERO IL MONDO”.

Non lo posso sapere io e nemmeno altri al mio posto, ma quello che penso è che, almeno idealmente, stanno ricreandosi le condizioni che, un secolo e mezzo fa, fecero dire a qualcuno: “PROLETARI DI TUTTO IL MONDO : UNITEVI!!”.

Forse i proletari di allora  oggi non esistono , ma i livelli di povertà diffusa a cui sembriamo tendere inesorabilmente, potrebbero diventare presto, molto simili.

GIANNI BARI